Adierre Cameco al primo congresso scientifico italiano dedicato alla giustizia consensuale. Due giorni di confronto tra accademia e operatori del diritto, con un messaggio chiaro: la mediazione civile non è un ripiego. È una scelta culturale.
Un congresso, una nascita
Villa Ruspoli, Firenze, 16 aprile 2026. Alle 14.30, con l’indirizzo di saluto della Prof.ssa Irene Stolzi dell’Università degli Studi di Firenze, prende avvio il I Congresso Nazionale dell’ASGiC -Associazione per lo Studio della Giustizia Consensuale-. Non è un convegno tra i tanti: è il momento fondativo di un soggetto scientifico nuovo, che si propone di costruire in Italia un corpus teorico e pratico dedicato a ciò che il legislatore ha già fatto ma la cultura giuridica dominante fatica ancora ad assorbire: la giustizia consensuale come valore autonomo, non come alternativa di serie B al processo.
Adierre Cameco era presente. Con il proprio Responsabile Scientifico, l’Avv. Marino Iannone, avvocato cassazionista e mediatore esperto; con l’Avv. Alessandra Grassi, mediatrice esperta e Presidente di MedItalia e con la Prof.ssa Francesca Locatelli dell’Università di Bergamo. Tre voci, una prospettiva comune: portare nel dibattito accademico l’esperienza concreta di chi gestisce ogni anno oltre 600 procedure di mediazione civile e commerciale ai sensi del D.Lgs. 28/2010.
16 aprile: la parola ai filosofi e ai costituzionalisti
Tommaso Greco – Giustizia e consenso: una questione di fiducia
Il Prof. Tommaso Greco (Università di Pisa) ha aperto i lavori scientifici con la relazione filosoficamente più densa del Congresso. Il suo punto di partenza è la struttura stessa della mediazione: uno spazio orizzontale, in cui le parti si riconoscono come soggetti di pari dignità, senza che nessun terzo imponga dall’alto una soluzione.
Greco ha messo a fuoco tre assi teorici fondamentali. Il primo è il rapporto tra autonomia, potere e consenso: richiamando l’art. 27 della Costituzione, ha mostrato come il consenso non sia semplice accordo formale, ma espressione di responsabilità personale — un valore che la mediazione, a differenza del processo, è in grado di attivare pienamente, restituendo alle parti la titolarità della propria controversia.
Il secondo asse è l’antropologia positiva: la mediazione presuppone — e al contempo alimenta — la convinzione che l’altro non sia solo un avversario da battere, ma un soggetto che può portare prospettive utili, ragioni che meritano ascolto. Una visione radicalmente diversa da quella adversariale che informa il processo ordinario.
Il terzo asse è la fiducia, distinta in due livelli: fiducia istituzionale nel sistema, che deve essere guadagnata attraverso regole chiare, organismi credibili e operatori preparati, e fiducia interpersonale tra le parti, che la mediazione ha il compito di rendere possibile. Senza fiducia, ha concluso Greco, il consenso resta un guscio vuoto.
« La mediazione presuppone che l’altro possa portare qualcosa di positivo. È un’antropologia, prima ancora che una tecnica. »
Andrea Simoncini – La dimensione costituzionale della giustizia consensuale
Il Prof. Andrea Simoncini (Università degli Studi di Firenze) ha affrontato il nodo teorico più profondo del Congresso: la mediazione e gli strumenti di ADR sono costituzionalmente rilevanti, e in quale misura?
Simoncini ha identificato due letture. L’approccio dominante attribuisce alla mediazione un valore strumentale: essa è un mezzo di sostegno ai valori già presidiati dagli artt. 24 e 111 Cost. -diritto alla tutela giurisdizionale e giusto processo- e in Europa viene intesa prevalentemente come strumento di efficienza economica, un lubrificante del sistema.
Accanto a questa lettura, Simoncini ha proposto una seconda prospettiva, da affiancare e non da opporre: la giustizia consensuale come fine costituzionalmente necessario. Le forme autodeterminate di risoluzione del conflitto hanno un fondamento costituzionale autonomo, che l’interprete è chiamato a riconoscere. Il richiamo all’art. 11 Cost. -pace e giustizia come obiettivi dell’ordinamento- allarga ulteriormente l’orizzonte, connettendo la mediazione a una vocazione costituzionale profonda.
Due aperture prospettiche di grande interesse hanno chiuso la relazione: il principio di sussidiarietà, nella declinazione orizzontale, come possibile fondamento di una giustizia esercitata fuori dall’apparato pubblico; e il digitale come acceleratore di legittimità costituzionale, capace di rendere la mediazione più accessibile, più trasparente, più inclusiva.
Filippo Danovi – Dal contraddittorio al consenso
Il Prof. Avv. Filippo Danovi (Università degli Studi di Milano) ha portato nel pomeriggio la prospettiva del processualcivilista e del professionista forense, la più operativa della giornata.
La tesi centrale è netta: il processo civile è strutturalmente fondato sul contraddittorio, due parti in posizione antagonista e un giudice che decide. La mediazione non è un contraddittorio attenuato: è un paradigma diverso, in cui il consenso non è un esito possibile dell’opposizione tra le parti, ma una modalità alternativa di composizione della controversia. E i risultati che produce -per le parti, per le relazioni, per il sistema- sono spesso superiori a quelli che una sentenza può restituire.
Danovi ha indicato con precisione i destinatari di questo cambiamento culturale: avvocati e magistrati. Sono loro i veri gatekeepers della mediazione. Finché non la interiorizzano come strumento nobile, e non come adempimento da sbrigare, il sistema resterà bloccato. Il cambiamento deve partire dalla formazione e dal modello di riferimento che queste professioni trasmettono.
« Fuori dal giudizio si ottengono risultati che il processo non può nemmeno vedere. Il consenso non è una resa: è una soluzione superiore. »
Paola Lucarelli — Riflessioni conclusive
Le riflessioni conclusive della Prof.ssa Paola Lucarelli (Università degli Studi di Firenze) hanno sintetizzato con autorevolezza i temi della giornata. Precorritrice della cultura del consenso in Italia, la Prof.ssa Lucarelli ha collocato la mediazione all’interno di una visione umanistica del diritto, ricordando che il cammino verso una giustizia davvero consensuale è lungo, ma che il punto di partenza -la scelta di costruire un soggetto scientifico dedicato- è già un atto di discontinuità significativa.
Un riconoscimento che dice molto
Nel corso della prima giornata, l’ASGiC ha conferito la qualifica di Socio onorario a quattro figure di assoluto rilievo: il Prof. Avv. Francesco Paolo Luiso (già Università di Pisa), padre del D.Lgs. 28/2010 e della mediazione civile come la conosciamo oggi; la Prof.ssa Marta Cartabia (Università Bocconi); il Prof. Adolfo Ceretti (Università degli Studi di Milano-Bicocca); la Dott.ssa Luciana Breggia, già magistrata nel Tribunale di Firenze.

Incontrare il Prof. Luiso in questa occasione è stato, per la delegazione di Adierre Cameco, uno dei momenti più significativi del Congresso. La sua passione per gli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie è intatta, anzi più viva che mai. In un sistema che spesso tratta la mediazione come un adempimento, vedere il suo artefice ancora battagliero e propositivo è motivo di conferma e di incoraggiamento per chiunque operi sul campo.
17 aprile: il consenso oltre il diritto
La seconda giornata, coordinata dal Prof. Pierluigi Consorti (Università di Pisa), ha allargato il campo oltre il perimetro strettamente giuridico, nella sessione «Consenso e relazione: un dialogo oltre il diritto». Un tavolo multidisciplinare -economisti, sociologi, esperti di comunicazione e di ascolto- ha affrontato la domanda di fondo: cosa rende possibile il consenso, al di là delle regole?
Tra i contributi, quello del Prof. Mario Biggeri (Università degli Studi di Firenze) ha introdotto una prospettiva economica di grande fecondità per chi opera nella mediazione. Il modello dell’homo economicus -l’individuo razionale che massimizza il proprio interesse in modo egoista- è il presupposto implicito del sistema economico e, spesso, del processo stesso. La mediazione sfida questo modello: mette al centro l’ascolto, la relazione, la capacità di riconoscere nell’altro un soggetto con bisogni legittimi. È il superamento della logica del lupo che mangia il lupo, in cui il conflitto è a somma zero, a favore di un paradigma cooperativo in cui entrambe le parti possono uscire con qualcosa. Un paradigma che l’economia comportamentale avalla da decenni e che la mediazione pratica ogni giorno.
Hanno partecipato alla tavola rotonda anche: Prof. Marco Cadinu (Università degli Studi di Cagliari), Dott.ssa Valeria Cantoni Mamiani (Leading by Heart), Prof. Stefano Rozzi (Università degli Studi di Parma), Dott.ssa Marianella Sclavi (Ascolto Attivo), Prof. Luca Toschi (Università degli Studi di Firenze). I lavori si sono conclusi con gli interventi e la discussione delle 11.15 e con la prima Assemblea dei soci dell’ASGiC.
Cosa ha portato Adierre Cameco
La presenza di Adierre Cameco al Congresso non è stata meramente partecipativa. L’Avv. Marino Iannone ha portato nel dibattito il punto di vista dell’operatore pratico: quello di un Organismo di Mediazione accreditato che gestisce annualmente oltre 600 procedure ai sensi del D.Lgs. 28/2010, come novellato dal D.Lgs. 149/2022 e dal D.M. 150/2023.

Il contributo si è articolato attorno a una constatazione scomoda, che trova riscontro quotidiano nell’attività degli ODM: pur disponendo di un quadro normativo pienamente operativo, la mediazione civile è ancora percepita come un corpo estraneo dai principali protagonisti del sistema giustizia. Avvocati e magistrati, nella gran parte dei casi, non interiorizzano la mediazione come strumento autonomo di risoluzione delle controversie. L’accademia, con le eccezioni rappresentate dai fondatori dell’ASGiC, non ha ancora costruito un corpus scientifico sistematico. I mediatori stessi, quando provengono dalla sola formazione forense senza una preparazione specifica, rischiano di ridurre la procedura a una formalità da espletare.
« Una norma, da sola, non cambia una cultura. Bisogna partire dalle scuole, prima che dall’aula di mediazione. »
La proposta di Adierre Cameco è culturale prima che tecnica: occorre intervenire a monte, introducendo nelle scuole e nelle Università una formazione al consenso che preceda l’incontro con il diritto processuale. Imparare che il conflitto si può affrontare riconoscendo le ragioni dell’altro, valorizzando l’ascolto e la compassione, non è un obiettivo alternativo al diritto: è la premessa per formare avvocati, giudici, accademici e mediatori capaci di abitare davvero gli strumenti che la legge già mette a disposizione. La proposta è stata accolta con interesse dai partecipanti.
Cosa faremo
La partecipazione al I Congresso ASGiC non è un episodio isolato. È il primo passo di un percorso strutturato di collaborazione tra il mondo accademico-scientifico e la realtà operativa degli Organismi di Mediazione.
Nei prossimi mesi, Adierre Cameco -in sinergia con MedItalia- lavorerà su tre direttrici. La prima è la cultura del consenso nelle scuole e nelle Università: percorsi formativi rivolti alle generazioni che saranno i professionisti del diritto di domani. La seconda è la collaborazione scientifica con ASGiC: contribuire, con i dati e le esperienze degli ODM campani, alla produzione teorica sulla giustizia consensuale. La terza è l’outreach istituzionale verso i Consigli dell’Ordine degli Avvocati della Campania -Napoli, Salerno, Caserta, Avellino, Benevento- per promuovere una cultura della mediazione più matura e consapevole nell’avvocatura.
I dettagli delle iniziative saranno comunicati a breve attraverso i canali istituzionali di Adierre Cameco e MedItalia.
