Dalla sentenza all’accordo: il paradigma che cambia
Francesco Carnelutti, uno dei massimi teorici del diritto processuale italiano, aveva intuito con straordinaria lucidità che la lite non è un fatto giuridico astratto: è un conflitto di interessi tra persone reali, con storie reali, con relazioni spesso destinate a sopravvivere alla controversia stessa. La funzione del processo, insegnava Carnelutti, non è quella di stabilire chi abbia ragione, ma di realizzare la giusta composizione della lite, restituire equilibrio, non semplicemente attribuire una sconfitta.
Per decenni, questo insegnamento è rimasto confinato nelle aule universitarie, mentre i tribunali si affastellavano di carte e le attese si misuravano in anni. La Riforma Cartabia, con il D.Lgs. 149/2022 e il successivo D.M. 150/2023, che hanno profondamente ridisegnato il D.Lgs. 28/2010, ha tradotto quella intuizione in scelta di sistema: i cittadini, assistiti dai propri avvocati, sono oggi chiamati a confrontarsi in uno spazio autonomo e indipendente, prima e talvolta al posto del giudice, con l’ausilio di un mediatore terzo e imparziale che non decide, ma facilita il dialogo e accompagna le parti verso una soluzione che appartiene loro.
Questo cambio di paradigma richiede che i professionisti dispongano di strumenti aggiornati per orientarsi nella giurisprudenza in rapida evoluzione. A questo scopo Adierre Cameco ha costruito l’Osservatorio Giurisprudenziale: una risorsa scientifica accessibile gratuitamente ai professionisti, che raccoglie e sistematizza le pronunce di Cassazione e dei giudici di merito sulla mediazione civile post-Riforma Cartabia, organizzate per questione giuridica e aggiornate con cadenza mensile.
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Non è una semplificazione della giustizia. È una rivoluzione di paradigma.
Il dovere di educare: avvocati e magistrati come agenti del cambiamento
Questo cambio di paradigma non si produce da solo. Richiede che i professionisti del diritto -avvocati e magistrati- assumano un ruolo nuovo, che va ben oltre la competenza tecnica: quello di educatori. L’avvocato che accompagna il proprio cliente in mediazione non rinuncia alla propria funzione difensiva; la esercita a un livello più sofisticato, orientando il cliente verso una comprensione profonda dei propri interessi reali, spesso distinti dalle posizioni dichiarate.
Il magistrato che valorizza il percorso consensuale nelle fasi preliminari del giudizio non abdica alla giurisdizione; la esercita nella sua forma più nobile, orientando le energie del sistema verso esiti che le parti possano davvero riconoscere come giusti. È una responsabilità culturale prima ancora che processuale.
Un obbligo morale prima che giuridico
Le accademie, gli enti di formazione, i formatori dei mediatori e i mediatori stessi sono i protagonisti silenziosi di questa transizione. Su di loro grava qualcosa che va oltre il rispetto dei requisiti normativi: un obbligo morale di contribuire attivamente alla costruzione di una cultura della giustizia consensuale. Una cultura che sposti il baricentro della risoluzione dei conflitti, dalla domanda chi ha torto e chi ha ragione alla domanda come si compone la lite, come si ricostruisce il dialogo, come si va avanti.
Questa è la giustizia consensuale nel suo senso più pieno: non una procedura alternativa, ma una visione alternativa della convivenza civile.
ADIERRE Cameco e la Rete MedItalia: un impegno concreto
Adierre Cameco è parte attiva di questo percorso. Come Organismo di Mediazione e Ente di Formazione riconosciuti dal Ministero della Giustizia, operiamo ogni giorno al confine tra teoria e pratica, tra norma e relazione umana. La nostra collaborazione con la Rete MedItalia nasce dalla consapevolezza che nessun soggetto, da solo, può sostenere una trasformazione di questa portata: occorre una rete di competenze, di esperienze, di presidi territoriali che parlino la stessa lingua, quella della giustizia consensuale come bene comune.
